NUOVO SERVER DI WOW ALLA PATCH 3.0.9
online 24H con host dedicato e banda dedicata
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aperto un nuovo sito per giochi,trucchi,console etc
www.lordcheat.com
CERCASI STAFF
BERNIUZGAME:
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INFORMO TUTTI I PLAYER DI WOW CHE E’ STATO APERTO UN NUOVO SERVER ONLINE 24h SU 24 CON GM ONLINE E PRESENTI PER AIUTARE I PLAYER
PATCH: 3.0.3 <—ULTIMISSIMA USCITA PER I SERVER PRIVATI!
SERVER SEMPRE AGGIORNATO CON FIXER
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CARATTERISTICHE DEL SERVER:
PROVARE PER CREDERE!!!!
PANIC WOW SERVER
Sunnyvale (USA) – A una sola settimana di distanza dall’introduzione dei nuovi processori grafici GeForce GTX 200 di Nvidia, AMD ha risposto con il lancio delle nuove schede video della serie 4800. Secondo il chipmaker di Sunnyvale, queste sono le prime schede grafiche mainstream a fornire una potenza di calcolo di classe teraFLOPS, e le prime – almeno con il modello top di gamma – ad impiegare le nuove memorie GDDR5.
Le Radeon HD 4850 e 4870, prime esponenti della serie 4800, sono basate sul nuovo processore grafico RV770, caratterizzato da un numero record di stream processor, pari a 800, e da un processo produttivo a 55 nanometri, che ha permesso ad AMD di ridurre ulteriormente le dimensioni del die di silicio portandole a 260 millimetri quadrati (contro i 576 mmq delle GeForce GTX 200). L’RV770 incrementa anche le unità per l’elaborazione delle texture, ora pari a 40, e adotta un’interfaccia con la memoria di 256 bit.
Le specifiche tecniche delle due nuove schede si differenziano solo per il formato – a doppio slot quello della 4870 e a singolo slot quello del modello inferiore -, dal tipo di memoria utilizzato (GDDR3 quello della 4850), e dalla frequenza di clock del core e della memoria: queste sono rispettivamente di 625/2000 MHz nella 4850 e di 750/3600 MHz nella 4870. Mentre la 4850 è in grado di fornire una potenza di calcolo di 1 TFLOPS, consumando un massimo di 110 watt, la 4870 è accreditata di 1,2 TFLOPS, con un consumo massimo di 160 watt: si tratta di 25 watt in più rispetto alla precedente Radeon top di gamma, la 3870, ma AMD afferma che questo incremento è giustificato dal raddoppio delle performance.
Le Radeon della serie 4800 includono 512 MB di memoria e includono l’Universal Video Decoder 2, seconda evoluzione della circuiteria che nelle schede ATI più recenti si occupa di accelerare in hardware la decodifica dei flussi video, sia in standard che in alta definizione. Queste schede supportano poi le librerie DirectX 10.1 e la tecnologia CrossFireX, in grado di moltiplicare le prestazioni grafiche di un PC desktop mediante l’utilizzo di due, tre o quattro schede grafiche in parallelo.
Le nuove Radeon HD 4850 e 4870, il cui prezzo di riferimento è rispettivamente di 199 e 299 dollari, sono il risultato della filosofia adottata da ATI dopo la fusione con AMD: progettare GPU meno “estreme” e basate su di un’architettura meno complessa. Una filosofia che ha ridefinito gli obiettivi di ATI: la priorità dell’ex produttore canadese, ora operante come divisione di AMD, non è più quella di competere con Nvidia in termini di forza bruta e prestazioni assolute – due aree in cui Nvidia appare oggi difficilmente superabile -, ma la ricerca di un costante miglioramento del rapporto tra le performance e i consumi, la superficie del die di silicio e il costo del processore grafico.
Seppure dettata dalla necessità – o per meglio dire, dall’impossibilità di tenere il frenetico passo della propria rivale -, la scelta di AMD potrebbe rivelarsi una carta vincente non solo sotto il punto di vista economico, ma anche sotto quello tecnologico. Invece di continuare a puntare su GPU monolitiche, costose e fameliche di energia elettrica, il chipmaker di Sunnyvale ha infatti preferito competere sulla fascia alta del mercato con soluzioni multi-GPU, ossia schede contenenti due o più processori grafici identici a quelli proposti sulle fasce più basse (v. 3850 X2 e 3870 x2).
Non sorprende, dunque, che con le Radeon HD 4800 AMD abbia ricalcato lo stesso approccio adottato con la serie precedente, la 3800, basata sul processore RV670: due GPU basate sulla stessa identica architettura ma caratterizzate da differenti frequenze di clock per stream processor e memoria.
Le due nuove schede video di AMD sono già disponibili sul mercato italiano a prezzi compresi fra 142 e 179 euro per la 4850 e intorno ai 270 euro per la 4870
La Brodaroda Sofware, italianissima e giocosa, qualche anno fa ha sfornato una versione gratuita e 3D di un classicone da bar, After Burner. L’aeroplano che scorrazza e spara su scenari veloci ed affollati è disponibile per qualsiasi Pc anche non recente, e sa ancora regalare emozioni e divertimento.
Basse le richieste hardware (almeno un P3 500, 64MB di RAM e DirectX7) ed alte invece le richieste umane in termini di riflessi pronti e pazienza, sangue freddo e adrenalina. La grafica è datata ma efficace, esplosioni e velocità creano il giusto mix di azione arcade e volo in panorami coloratissimi e affollati.
Come nel mitico giocone della Sega, ci si ritrova alla guida di un caccia spietato all’inseguimento di altri aerei nemici, innumerevoli, in ampi spazi da sorvolare, esplorare e vincere. Restare in gioco non è facile, schivando colpi nemici e corpi estranei, ma l’azione è garantita.
Carini gli effetti sonori e le musichette d’accompagnamento, e comodi i CHEAT (trucchetti) per sostituire l’aereo F-14 con altri bestioni, guadagnare arsenali infiniti e altre variazioni ludiche per un sempreverde volante
Roma – Un brivido ha scosso la Rete e forse il Ministero delle Finanze, per una notizia diffusa in questi giorni e forse pubblicata con un po di leggerezza dentro e fuori dal Web: “Falsificata la firma digitale”. La fonte originale della notizia è il Prof. Francesco Buccafurri del Dipartimento DIMET, Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea di Reggio Calabria, che ha pubblicato un breve documento, con un esempio di attacco alla firma digitale
Dal suo sito, la notizia è girata per la rete tramutandosi da attacco alla firma in falsificazione della firma.
L’esempio di attacco del Prof. Buccafurri mostra come, cambiando l’estensione di un file, il contenuto del file che viene visualizzato sia differente.
Nel file dell’esempio preparato dal prof.re ovviamente non cambia il contenuto: il problema è nel visualizzatore per questi documenti, il quale identifica il contenuto in base all’estensione e mostra di volta in volta una parte diversa dello stesso documento firmato, in base all’estensione del file.
La firma dunque non viene falsificata, dato che è apposta su entrambi i contenuti, e questi non sono separabili se non annullando la validità della firma digitale: una verifica del file permette di identificare il raggiro in pochi minuti, dato che la traccia del misfatto è consultabile in ogni momento e non si puo’ nascondere o eliminare.
La diffusione di notizie sulla falsificazione della firma digitale pare pero’ aver scatenato il panico in alcuni forum e mailing list della rete, e forse anche presso il Ministero delle Finanze: non è stato ancora possibile ottenere conferma da parte del Ministero, per verificare se effettivamente il problema sia mai giunto al ministero stesso, né ad oggi il ministero ha pubblicato alcun commento in proposito. È quindi tanto più rilevante far chiarezza rapidamente sulla questione.
L’Ing. Giovanni Manca, esperto del CNIPA contattato telefonicamente da Punto Informatico, ha segnalato come questo trucco abbia un discreto valore scientifico, perché per quanto fosse un exploit noto, ad oggi sembra che nessuno si fosse preoccupato di realizzarne un esempio concreto: il trucco pero’ non sta preoccupando il CNIPA che ha comunque provveduto alle verifiche del caso.
In ambito FESA (Forum of European Supervisory Authorities for Electronic Signatures), la questione è già stata giudicata come scientificamente interessante, ma senza alcuna validità pratica, per vari motivi tecnici connessi anche alle legislazioni locali dei paesi europei: il FESA infatti ha già affrontato il problema in passato, dato che questo trucco è noto, ed era già stato analizzato, come un problema indirizzato per lo più al settore delle firma digitale applicata al GIS (Sistema Informativo Geografico).
Volendo citare qualche esempio risolutivo, in Slovenia il trucco è stato evidenziato tempo fa, quindi risolto inserendo tra i dati della firma anche il nome del documento (nome ed estensione), così da evidenziare immediatamente discrepanze sul file firmato.
Dal punto di vista tecnico: nella firma digitale di un file è possibile inserire degli attributi firmati, tra questi è probabile verrà previsto anche in Italia di inserire il nome completo del file, per prevenire possibili problemi, in modo che le applicazioni per la firma digitale verifichino anche questo attributo.
Parte del problema è infatti causato dai programmi che verificano la firma: il generico programma “made in USA” non si occupa di considerare tutti i requisiti richiesti per la firma digitale dalle varie amministrazioni europee.
Roma – Riportando all’attualità una questione che, in passato, è già stata al centro delle crociate di Richard Stallmann e di iniziative come il Linux Driver Project, all’inizio della settimana oltre 130 sviluppatori del kernel di Linux hanno firmato una lettera in cui definiscono i driver closed source “dannosi e sgraditi”.
“I moduli e i driver a codice chiuso vanno a detrimento degli utenti di Linux, delle imprese e del vasto ecosistema di Linux”, si legge nella missiva. “Tali moduli negano la libertà, la stabilità, la flessibilità e il livello di manutenzione permessi dal modello di sviluppo di Linux, impedendo agli utenti di avvalersi della competenza della comunità Linux. I produttori che forniscono moduli per il kernel closed source costringono i loro utenti a rinunciare ai principali benefici forniti da Linux e a rivolgersi ad altri produttori”.
Tra i firmatari compaiono guru del kernel Linux come Andrew Morton, Marcelo Tosatti e Ingo Molnar, ma non Linus Torvalds. Quest’ultimo, come noto, lavora in seno a Linux Foundation, lo stesso consorzio non profit che ha deciso di appoggiare ed amplificare l’appello degli sviluppatori di Linux, pubblicandone la lettera e corredandola di questo Q&A. Nel documento l’organizzazione illustra più approfonditamente i motivi che dovrebbero convincere tutti i produttori di hardware ad aprire i loro driver e pubblicarli sotto la licenza GPL2: una licenza, spiega Linux Foundation, che permette alla comunità di modificare e migliorare i driver di periferica per poi integrarli nel kernel di Linux.
Il processo di revisione e riscrittura del codice dei moduli open source porta spesso ad una base di codice più snella, veloce e stabile di quella dell’originario modulo closed source”, si legge nel Q&A. “Ciò grazie all’esperienza degli sviluppatori del kernel di Linux e all’elevato numero di persone che ne vagliano il codice”.
La Fondazione sostiene che sebbene oggi “la stragrande maggioranza” dei produttori di hardware metta a disposizione della comunità driver open source, c’è ancora una minoranza di società, tra le quali spicca il nome di Nvidia, che continua a distribuire i propri driver nella sola forma binaria, negando dunque la possibilità di vederne o modificarne il codice.
A puntare il dito contro Nvidia è stato, in particolare, il technical advisory board chair di Linux Foundation, James Bottomley, che in una intervista ha definito i driver binari di Nvidia “una tra le principali cause di crash del kernel di Linux”. Secondo Bottomley, il lavoro di quality assurance che Nvidia esegue sui propri driver per Linux non basta per garantirne una sufficiente stabilità, e ciò rischia di rovinare l’immagine di Linux.
Ma da quell’orecchio Nvidia proprio non ci vuole sentire. “Non c’è alcuna necessità di aprire il codice dei nostri driver”, ha risposto un portavoce dell’azienda. “Come la comunità di Linux, anche Nvidia supporta Linux, e da lungo tempo viene elogiata per la qualità dei propri driver. I driver grafici di Nvidia vengono distribuiti solo in forma binaria perché contengono proprietà intellettuali che Nvidia desidera proteggere“.
L’azienda ha poi aggiunto: “Non ci aspettiamo che gli sviluppatori del kernel di Linux facciano il debugging dei nostri moduli”, puntualizzando infine che “tutto il codice specifico per Linux viene fornito sotto forma di un layer d’interfaccia per il kernel, e chiunque può ricompilarlo o persino patcharlo, se necessario”.
Diversa la scelta fatta dalla principale rivale di Nvidia, AMD, che in passato si è impegnata a pubblicare il codice alla base dei propri driver grafici e, quando questo non è possibile, le specifiche hardware dettagliate delle proprie architetture, così da aiutare la comunità a creare moduli open source. L’ultimo passo in questa direzione è stato il rilascio, poco meno di due settimane fa, del documento R600-Family Instruction Set Architecture (PDF), che dovrebbe contribuire a migliorare il driver open source radeonhd per X.org.
Analoghe le intenzioni di VIA, che di recente ha inaugurato un portale dove ha promesso di rilasciare progressivamente il codice e la documentazione di molti suoi chipset, a partire dall’IGP CN896.
Tra i sostenitori dei driver open c’è anche Dell, che lo scorso anno, in occasione della commercializzazione dei suoi primi PC consumer con Ubuntu, si è impegnata a privilegiare l’adozione di componenti hardware corredati di driver open source, facendosi così portabandiera della battaglia condotta dalla comunità Linux.
Palo Alto (USA) – Da ieri la comunità Linux ha a disposizione un nuovo file system di livello enterprise, il Tru64 Unix Advanced File System (AdvFS), software di cui HP ha deciso di aprire il codice sorgente pubblicandolo sotto la licenza GPL2.
AdvFS è un file system journaled, ad elevate prestazioni, basato su strutture dinamiche che consentono agli amministratori di gestire il file system – incluse le operazioni di ridimensionamento, riconfigurazione e generazione degli snapshot – “al volo”, senza cioè la necessità di interrompere il servizio e chiudere le applicazioni. Oltre a ciò, AdvFS supporta sistemi di storage multi-device, bilanciamento dinamico dei file e dello spazio libero, e deframmentazione on demand o in background.
HP sostiene che AdvFS va ben oltre le capacità degli attuali file system standard per Linux, ext3 ed ext4, fornendo funzionalità più avanzate e vantando una maggiore maturità, specie nell’uso in ambito mission critical. In particolare, l’azienda afferma che AdvFS semplifica la gestione dei file e dello storage, supporta il backup online e fornisce un elevato grado di performance e affidabilità.
Bdale Garbee, chief technologist di HP per il software open source, non nasconde che l’ambizione del proprio staff è fare di AdvFS il file system per Linux di nuova generazione. Un obiettivo che HP spera di raggiungere con l’aiuto della comunità open source.
“Il contributo di HP, rappresentato dal codice di AdvFS e da altre risorse messe a disposizione di Linux, accelererà moltissimo lo sviluppo e la disponibilità commerciale di migliori funzionalità di sistema per Linux”, ha commentato Jim Zemlin, direttore esecutivo di Linux Foundation.
HP ereditò AdvFS da Compaq, che a sua volta lo acquisì nel 1998 insieme alla sua creatrice originaria, Digital Equipment Corporation. Questo file system ha 16 anni di vita, ed attualmente è arrivato alla versione 4, la stessa utilizzata da HP sul proprio sistema operativo Tru64 Unix.
“Come spesso accade quando un’azienda decide di aprire il codice di un proprio software, AdvFS è piuttosto stagionato. In questo caso, però, stagionato non vuol dire obsoleto: AdvFS può essere ancora annoverato tra i più avanzati file system oggi in circolazione”, ha affermato Al Gillen, vice presidente di IDC. Gillen non ha però mancato di sottolineare polemicamente che, a suo avviso, HP ha pubblicato il codice di AdvFS semplicemente perché il proprio Unix “non ha più alcun futuro come prodotto commerciale”.
Il progetto open source avviato da HP, e ospitato su SourceForge, mette a disposizione degli sviluppatori il codice di due diverse generazioni di AdvFS: la prima è quella attualmente utilizzata in Tru64, ed è la più stabile e matura; la seconda contiene numerose aggiunte e migliorie, ma fino ad oggi non è mai stata implementata in alcun prodotto commerciale, e necessita dunque di un approfondito processo di testing e analisi delle performance. Entrambe le versioni, e la relativa documentazione, possono essere scaricate da qui.
Un altro file system appetibile per Linux è ZFS di Sun, che per problemi di licenza non può però essere integrato nel kernel.
Solo un occhiata, ma senza usare l’Anteprima di sistema. JustLooking è una piccola applicazione gratuita che vuol proprio sostituirsi al visualizzatore “ufficiale” Apple, aggiungendo qualche opzione e strumento utile.
Una volta installato, JustLooking consente di scegliere se usarlo come applicazione a sé stante, un viewer per immagini sul quale trascinare file e cartelle, o se insediarsi all’interno del sistema, associato a tutti i file di immagine più diffusi. Così facendo il programmino si apre in pochi secondi con un semplice doppioclic su qualsiasi fotografia.
La visualizzazione dell’immagine selezionata viene mostrata a tutto schermo o all’interno di una comoda e personalizzabile finestra, e il programma consente di navigare all’interno di tutta la cartella che la contiene utilizzando grossi bottoni o scorciatoie da tastiera. Una seconda ed opzionale finestrina può mostrare tutte le anteprime della raccolta e, sempre a portata di un clic, ci sono tutte le informazioni sul file o la possibilità di convertire immagini in altri formati.
Per quale motivo preferire JustLooking all’Anteprima già presente su Leopard? Innanzitutto perché il programma funziona anche su Tiger, e quindi porta l’Anteprima anche dove Apple non l’ha messa. Ma soprattutto per la semplicità con cui si possono visualizzare, ruotare, stampare e convertire immagini anche utilizzando soltanto scorciatoie da tastiera, o per la comodità di raggiungere e scandagliare intere cartelle di immagini partendo da un semplice doppioclic su una di esse.
Le presentazioni a tutto schermo sono personalizzabili con effetti di transizione semplici ma efficaci (la “fotocopiatrice” va provata!) ed inoltre il programma visualizza correttamente le immagini GIF animate, per la gioia di tutti quelli che hanno già scoperto che Anteprima non lo sa fare.
Questa piccola e comoda utility è gratuita, e localizzata in italiano, attraverso un pannello di opzioni ricco e da esplorare consente comunque di ripristinare con un clic la visualizzazione standard di Anteprima
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